La plastica che mangiamo attraverso i pesci …

La plastica che mangiamo attraverso i pesci ...
Prof. Simone Franceschini

Prof. Simone Franceschini

Professore di biologia marina trasferito alle Hawaii per insegnare ai ragazzi e Dirigente dei Sons of the ocean ... Surfer !

Ogni anno, enormi quantità di rifiuti entrano nell'oceano, con la sola plastica che rappresenta circa 8 milioni di tonnellate di materiale. Per la sua persistenza nell'ambiente, la plastica è diventata un elemento dominante e diffuso negli ecosistemi marini, in grado di raggiungere anche ambienti estremi come i poli o le regioni più profonde degli oceani.

I  materiali plastici vanno incontro a deterioramento ambientale e frammentazione in piccole particelle chiamate microplastiche (da 1μm a 5 mm di dimensione). Queste ultime, si sono accumulate negli oceani di tutto il mondo nel corso degli ultimi decenni e molti di studi scientifici hanno documentato come l’ingestione accidentale di microplastiche  da parte di organismi marini rappresenti un problema crescente da un punto di vista sia ecologico, economico e sociale.

A causa delle loro piccole dimensioni, le microplastiche  sono potenzialmente biodisponibili per un’ampia gamma di specie marine, compresi i cetacei, gli uccelli marini, i molluschi, gli echinodermi, lo zooplancton e i coralli.  Le microplastiche ingerite possono accumularsi all’interno degli organismi, causando blocchi e abrasioni interne o essere frammentate ulteriormente attraverso il processo di digestione. Inoltre, le particelle di plastica possono avere impatti tossici a causa di monomeri e additivi della plastica che influenzano le funzioni endocrine, compromettendo la crescita e la riproduzione degli organismi marini.

Alla luce di ciò, al fine di valutare la disponibilità di zone sensibili di accumulo di microplastiche e le probabilità di ingestione per la fauna marina, è opportuno prendere in considerazione contemporaneamente diversi comparti ambientali e antropici, in modo da valutare correttamente il rapporto tra la plastica accumulata sul fondo marino e la sua frazione che può diventare “disponibile” per fauna bentonica e demersale.

In questo lavoro, pubblicato dal nostro dirigente Simone Franceschini e dai suoi collaboratori dell’Università di Cagliari e dell’Università di Roma Tor Vergata, sono state unite le informazioni sulle microplastiche presenti nel contenuto dello stomaco dello scampo (Nephrops norvegicus) e siti di accumulo di macroplastiche in ambiente marino. al fine di verificare le possibili relazioni tra questi fattori.

Questo studio fornisce prove su come il numero di microplastiche ingerite dallo scampo abbia una relazione significativa con la distanza dai principali hotspot di accumulo di rifiuti plastici sul fondo marino. Il numero di particelle ingerite, infatti, tende ad aumentare quando gli organismo si nutrono in prossimità di zone ad alta intensità di accumulo (canyon sottomarini o zone in prossimità alle città più popolate).

La vicinanza agli hotspot di plastica può quindi avere un effetto significativo sulla presenza e la quantità di microplastiche anche in altre specie bentoniche di acque. Questo risultato suggerisce evidenti effetti delle aree di accumulo dei rifiuti marini sul biota e sugli ecosistemi circostanti, con forti implicazioni sulle catene trofiche, la qualità del prodotto catturato in mare e, non ultima, la saluta umana.

Per il link originale dell’articolo. Rimandiamo qui:

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