Episodio 133 Davide Gaeta

Episodio 133 Davide Gaeta

"Ho conosciuto Davide Gaeta in occasione di un corso istruttori ISA, di cui sono stato per oltre dodici anni il formatore su tutto il territorio italiano. Davide partecipò al corso istruttore SUP e in seguito anche a quello di lifeguard (Aqua Rescue). Notai fin da subito il suo spiccato interesse verso le tecniche di salvataggio, le correnti, i tipi di onda. Il mare molto mosso, nei giorni del corso, mise a dura prova le capacità di molti partecipanti che dovettero svolgere alcune prove pratiche tra le onde e la forte corrente e anche Davide ebbe il suo bel da fare, ma lo fece con grinta e umiltà. Non sono rimasto stupito nel vedere il percorso da lui fatto negli anni successivi al corso. E’ con grande piacere che ho fatto questa intervista a Davide Gaeta, ringraziandolo per il suo impegno non solo di diffondere, ma di rendere più moderne ed efficaci le tecniche di salvamento."

Sons : ” Presentati: età, residenza …  ”        

Davide : “Davide Gaeta, 26 anni, nato a Salerno e residente a Battipaglia, città famosa per la mozzarella (che non mangio). Negli ultimi anni sono stato molto in giro per l’Italia, soprattutto in Toscana.”

 

Sons : “Raccontaci quando, dove, come è nata la tua passione per il mare e per il salvamento.”       

Davide : “Sicuramente la passione per il mare mi è stata trasmessa in famiglia.

Ho iniziato con la scuola nuoto da piccolo, per poi conseguire in adolescenza i diversi brevetti (salvamento, BLS, subacquea, apnea, ecc).

Ho lavorato per quattro stagioni estive sulla fascia costiera del Comune di Eboli, quale è un lunghissimo tratto di spiaggia libera caratterizzato da pericolose rip current (correnti di ritorno).

Questa cosa mi ha permesso di avere all’attivo un gran numero di interventi di salvataggio, alcuni dei quali sono stati episodi importanti perché che mi hanno fatto aprire gli occhi sulla differenza che sussiste tra la teoria che viene trasmessa in corsi/manuali e la realtà vera.”

 

Sons : “Quanto reputi importante in un lifeguard di mare (acque aperte) la sua esperienza surfistica, ovvero il sapersi districare tra onde, fondali e correnti?”         

Davide : “In Italia ancora abbiamo una concezione del “bagnino-marinaio”, con corsi che appioppano nozioni nautiche e cultura marinaresca che poco c’entrano con un soccorritore di spiaggia.

Il lifeguard vero è vicino alla figura del surfista, per il semplice motivo che opera nello stesso ambiente, il sottocosta, un’area specifica che non ha nulla a che fare con l’acqua piatta o col mare formato oltre l’area dei frangenti.

I migliori sport per il lifeguard sono nuoto, pallanuoto ma soprattutto surf da onda!”

 

Sons : “Abbiamo visto dal tuo blog che tratti una infinita quantità di aspetti legati al salvamento.

Tuttavia, rivolgendosi per lo più a appassionati di surf, ci piacerebbe avere da te alcuni consigli su come ci si deve comportare in caso di soccorso a un altro surfista in difficoltà tra le onde.”          

Davide : “Innanzitutto l’ideale sarebbe dotarsi delle giuste attrezzature. E queste raramente sono previste dalle Ordinande di Sicurezza Balneare. In parole povere, se resta obbligatorio avere in dotazione pattino e salvagente anulare, il mio consiglio è quello di integrare almeno con una rescueboard (tavola da surf adibita al salvataggio), per ogni postazione.

Purtroppo l’ente che norma e vigila in materia di salvataggio non è al passo con i tempi sul lifeguarding, quindi tocca al singolo operatore guardare oltre.

Ovviamente, oltre a equipaggiarsi, bisogna formarsi. Quindi l’indicazione è quella di seguire un corso specifico sul soccorso surf-rescue, nel quale è possibile imparare tutte le manovre e tecniche per poter risolvere in sicurezza situazioni come quella posta nella domanda.”

 

Sons : “Secondo te, esiste in Italia una seria e adeguata formazione per  l’utilizzo di tavole da surf, adattate per il rescue tra le onde? (Se la risposta è si, indicare quale ente organizza tali corsi, se è no dire seconde te chi sarebbe l’ente più indicato a promuovere tale iniziativa).”

Davide : “Questo tipo di formazione purtroppo non è ancora protocollata ad hoc nel nostro Paese, come non è ancora normato il device (la tavola).

Questo significa che per scegliere una buona formazione, più che guardare all’ente, bisogna informarsi sul singolo istruttore che eroga il corso: curriculum, esperienze specifiche, metodologia didattica, monteore trascorso in mare (mosso!), feedback da parte di altri corsisti, ecc”

 

Sons : “Al di là degli interessi commerciali dei produttori di tavole SUP, come giudichi l’utilizzo di tavole SUP per il soccorso tra le onde. (Esso è efficace, rapido e sicuro? E’ più efficace, rapido e sicuro rispetto all’utilizzo di una classica rescue surfboard?) Perché nei paesi surfisticamente avanzati su fa uso quasi esclusivo di tavole Surf e non Sup?”         

Davide : “Sono tantissimi anni che seguo sia il settore Surf-Rescue che quello SUP-Rescue e mi tocca ogno volta fare questo chiarimento.

La tavola da RescueSUP non nasce per il soccorso tra le onde, ovviamente dimensioni, litraggio e pagaia sono un forte limite, già oltre il mezzo metro d’onda.

Però è uno strumento ottimo per vigilare i bagnanti, un’ulteriore alternativa al pattino e alla torretta.

Inoltre l’ho usato decine di volte per fare assistenza a gare di nuoto di fondo, triathlon ed altri eventi in mare, soccorrendo persone tante volte, soprattutto nelle competizioni amatoriali.

Torna utile in diverse occasioni, ma ovviamente parliamo sempre di acqua piatta!

Nelle onde si usa la rescueboard (l’attrezzatura per questo motivo più usata in tutto il mondo), è ovvio, e ci vuole davvero carenza d’acume per non comprenderne la differenza.

Sono due strumenti diversi, con finalità diverse, da utilizzare in condizione di mare diverse. Uno non esclude l’altro. Lo stesso dibattito lo ritrovo tra rescuecan e rescuetube.

È come dire ad una moto da strada “eh ma con quella non ci vai su sterrato!”, oppure ad un motocross “eh ma con quella in pista saresti lento!”. Sono cose diverse!”

 

Sons : “Come giudichi il livello medio di preparazione di un bagnino italiano rispetto a un collega straniero (sempre parlando di salvataggio in acque aperte, mosse). Quali sarebbero i tuoi suggerimenti per innalzare tale livello di preparazione e professionalità?”      

Davide : “Il sistema italiano è quantitativo e non qualitativo: l’esame per il brevetto non richiede standard elevati, in compenso però la legge (Ordinanze CP) prevede obbligatoriamente una vasta distribuzione di operatori sulle fasce costiere.

Questo ha permesso di ridurre il numero di annegamenti sfruttando principalmente l’azione di prevenzione del guardaspiaggia, ma allo stesso tempo ha favorito la concezione che questo lavoro si tratti principalmente di un lavoretto estivo per ragazzi, e non una figura professionale.

Il paragone con l’estero è difficile perché il lifeguarding è gestito in maniera totalmente diversa da ogni singola Nazione. Sicuramente i Paesi anglosassoni (e anche molti neolatini) hanno un sistema qualitativo più elevato. In ogni caso anche in Italia esiste una nicchia di professionisti di questo ambito che non si fermano alla certificazione, e cercano un percorso di perfezionamento, ad esempio seguendo i miei workshop o i miei corsi tecnici.”

 

Sons : “Parlando di professionalità, che tipo di differenze ci sono a livello di remunerazione (paga, stipendio) e trattamento previdenziale, etc… tra un bagnino italiano e uno straniero? Insomma, da noi, vale la pena di puntare su una carriera di assistente al salvamento?”

Davide : “Da noi non è tanto la normativa che manca, i contratti collettivi nazionali ci sono. È che purtroppo spesso non viene rispettata!

In ogni caso, però, resto del parere che se uno sa farsi valere e dimostra di essere realmente un professionista nel settore, riesce ad entrare in quelle poche realtà che cercano una figura di questo tipo, riconoscendogli la professionalità, anche col giusto corrispettivo economico.

Io ho sempre lavorato nel campo del soccorso acquatico, e l’acqua è sempre stata la mia unica fonte di guadagno (ho fatto molti lavori correlati all’acqua, questo è vero!), e oggi vengo contattato quotidianamente da persone che hanno bisogno della mia figura professionale.

Non sono più bravo o fortunato degli altri, semplicemente ho scelto di fare questo come professione e non come hobby o secondo lavoro. Credo che anche altri possano serenamente prendere la mia stessa strada, e, qualora avessero bisogno di un supporto, resto sempre a disposizione per una consulenza.”

 

Sons : “Andiamo sul pratico: noi surfisti stiamo in acqua al sicuro, seduti su una tavola collegata al nostro piede tramite il leash (laccetto). Quindi portare soccorso (accade molto spesso in estate) a un bagnante in difficoltà è un’operazione relativamente per noi sicura. Ma cosa consigli di fare se ci trovassimo in una situazione dove siamo costretti (costretti a tutti i livelli: etico, morale, professionale, come nel caso di un figlio/a che sta affogando) a portare soccorso a mani nude? Quali tecniche, sequenza di azioni suggeriresti?”

Davide : “Safety first!

Innanzitutto provare con le opzioni di soccorso passivo, che non implicano entrare in acqua, ad esempio:

  • Gridargli delle indicazioni (nuota da questa parte! Mettiti sul dorso! Ecc)
  • Allertare i soccorsi (lifeguard di bagni limitrofi, Guardia Costiera (1530), altre persone con maggiore competenza per quella situazione)
  • Lanciare qualcosa (un sacchetto con cima)

Nel caso in cui è necessario fare un soccorso attivo, entrando in acqua, bisogna essere consapevoli del fatto che ci si sta esponendo allo stesso rischio al quale è sottoposta la vittima.

L’ideale sarebbe portare con se qualcosa di galleggiante, anche di improvvisato (una boa, un gonfiabile) o magari indossare un PFD (personal flotation device): il galleggiamento è quello che previene dall’annegamento, poi per tornare in spiaggia ci sono mille strategie, tra cui anche attendere soccorsi.

Il mito che voglio sfatare è che difficilmente il soccorritore annega perché “la vittima si è aggrappata”; il rischio vero è quello di entrare istintivamente in una condizione di corrente e onda, con delle competenze perfino inferiori rispetto a quelle della vittima che sta annegando.

Questo in genere è la vera causa che giustifica gli “eroi” dei titoli di giornale.

Quindi o sappiamo di essere capaci, oppure meglio evitare, soprattutto “a mani nude”.”

 

Sons : “Vedi un modo per cui i lifeguard possono aiutare in maniera concreta a tenere le nostre spiagge più pulite o almeno a sensibilizzare tutte le persone che frequentano il tratto di mare da lui sorvegliato?”  

Davide : “Penso di si. Innanzitutto i lifeguard, visto il numero di ore che trascorrono sulla battigia, possono essere delle sentinelle capaci di segnalare alle autorità competenti eventuali anomalie dell’acqua.

L’autorità del loro ruolo permette anche di educare i bagnanti ad azioni che siano rispettose nei confronti dell’ambiente spiaggia/mare, e segnalandone eventuali irregolarità.

Infine credo che si possa stabilire una proficua partnership tra le associazioni di salvamento e quelle di tutela ambientale, al fine di fornire anche ai guardaspiagge delle nozioni per poter essere utili alla comunità, per quanto riguarda queste tematiche.

Con le sane e giuste collaborazioni si va sempre avanti, mai indietro!”  

Davide praticamente è un vero uomo di mare ... un vero Sons of the ocean !!!

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