LA PRIMA VOLTA DELL’ITALIA: EUROSURF 1987 (Les Sables D’Olonne, Francia)

CAPITOLO 3 - LA PRIMA VOLTA DELL’ITALIA: EUROSURF 1987 (Les Sables D’Olonne, Francia)
Team Italia e Israele: Fra le nostre squadre fu subito amicizia sportiva. Fu un’emozione unica sventolare il tricolore a quella prima partecipazione a un evento internazionale.
Alessandro Dini

Alessandro Dini

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L’estate era agli sgoccioli e già si annunciavano le prime mareggiate, dopo una lunga estate calda e piatta. C’è sempre quell’attesa snervante a fine agosto, ma settembre spesso riserva delle amare sorprese. Invece, gli ultimi giorni del mese avevano già regalato un paio di swell, nulla di strepitoso, ma un toccasana prima della partenza. Già, la partenza per la prima partecipazione di un team italiano ad un evento oltre i nostri confini: l’EuroSurf 1987 alle Sables D’Olonne, nel nord della Francia. Erano due anni che stavo dietro alla federazione europea, ma la mancanza di fondi ci aveva precluso la partecipazione alle edizioni precedenti. Ero entrato in contatto con alcuni dirigenti nella primavera del 1985, quando organizzai al pontile di Forte dei Marmi una gara alla quale partecipò il fior fiore dei surfisti europei: da Carwyn Williams (che vinse) a Simon Tucker e Griska Roberts. A quella gara parteciparono alcuni pionieri del surf italiano come Giorgio Pietrangeli. Fu Bob Westlake, allora sponsor e team manager di Carwyn Williams, che mi dette gli agganci per contattare la federazione europea. Iniziai subito a cercare gli sponsor per l’edizione del 1986, ma non ci riuscii. Invece, tutto era pronto per l’edizione del 1987 in Francia. Lo sponsor principale fu… il mio negozio, Natural Surf, e anche Gotcha contribuì con pochi soldi ma con una bella divisa per tutto il team. Roberto Marcucci, un eccentrico surfista viareggino, mise a disposizione un bel furgone Volkswagen, che seguito da altre due auto station wagon (tra cui la mia Opel Astra) partì un bel mattino di settembre, direzione… sopra Bordeaux, nel nord della Francia. La squadra era composta da: Patrizio Jacobacci, Jacopo Migliorini, Francesco Lomi, Michele Dini, Claudio Chelotti, Ario Bertacca, Leonardo Simi. Giudice Giordano Tofanelli. Mascotte, driver, insomma, tuttofare Roberto Marcucci. Io indossavo la duplice veste di atleta e team captain, Nessuna donna… Il nostro motto fin dalla partenza fu: “Mai ultimi!”…

Il viaggio fu lungo, non si arrivava mai, ma un vero shock ci stava aspettando in quel ridente paese della Vandea, poco più a nord de La Rochelle e ben 535 km da Biarritz… Infatti, la domanda più frequente durante il viaggio fu: “Ma perché cazzo non l’hanno fatto a Biarritz, o a Hossegor?…” Comunque, tra una bestemmia e l’altra (da buon toscani), arrivammo a Les Sables D’Olonne in tarda serata. I team erano alloggiati in una scuola, ma molto ben attrezzata, proprio davanti allo spot di gara. Stanchi morti, occupammo le stanze a noi assegnate, proprio accanto al team israeliano. Infatti, gli organizzatori avevano messo le squadre in ordine alfabetico, quindi dopo Israele, veniva l’Italia. Iniziammo a sentirci sollevati quando appuntata sulla bacheca, all’entrata della scuola, vedemmo la lista delle nazioni presenti. C’era la Svezia e Israele, quindi la possibilità di onorare il nostro motto era più concreta. Il mattino seguente ci salutò un bel sole. In programma c’era la cerimonia d’apertura, come da rituale aperta dalla sfilata di tutte le nazioni nella via principale. Bandiera in pugno, mi misi alla testa della squadra e iniziammo a cantare di tutto, dall’inno di Mameli, a Volare e perfino Sulla Coppa di Champagne, inno del Carnevale di Viareggio. Davanti a noi sfilava la nazionale israeliana, che un po’ a presa di culo intonò un “Cicciolina, Cicciolina”. Infatti, quell’anno la celebre porno diva Ilona Staller, nota come Cicciolina, era stata eletta in parlamento… ne parlava mezzo mondo! Fraternizzammo subito con il team israeliano e fu lì che feci amicizia con molti di loro, dallo shaper Nir Almog (Intersurf surfboards), a Simon Doyev, il loro team captain, con il quale sono tutt’ora in contatto. Poi, nel pomeriggio, finita la sfilata, la gara ebbe inizio. Ritornati sul campo gara trovammo il tabellone con gli abbinamenti. Dalla foto allegata si nota come al tempo, anche a un europeo, tutto fosse spartano (notare la scaletta e i nomi alcuni scritti a pennarello, altri stampati e che nella foto il tabellone era ancora da completare), ma ci commovemmo un po’ a vedere i nostri nomi scritti lassù, consapevoli di aver aperto un nuovo capitolo nella giovane storia del surf italiano. La cosa che irritò un po’ tutti i team fu l’inclusione nel team francese, già fortissimo grazie ai vari Jean Luois Poupinel, Thierry Fernandez, Thierry “Le Lion” Domenech e un giovanissimo Didier Piter, di altri atleti provenienti da Tahiti, come Horeau, Tahutini, Sanford… Alla fine della prima heat, capimmo subito che la differenza di livello tra noi e i francesi, inglesi e baschi era a dir poco galattica. I tahitiani in quel periodo erano in fissa con una manovra che poi è stata giustamente dimenticata, il barrell roll, che consisteva nello staccare entrambi i piedi dalla tavola mentre essa andava ad impattare il lip, afferrare i bordi della tavola, ruotare su se stessi in aria, e infine atterrare sdraiati sulla parete dell’onda per poi rialzarsi e ripartire … Arsene Horeau era specializzato in questa manovra, e subito un sacco di atleti di varie squadre, noi compresi, iniziammo a imitarlo, con risultati spesso comici. Ma il vero colpo allo stomaco ci arrivò quando Gould,  il primo surfista israeliano entrò in acqua: un fenomeno! “Vabbè” pensai, “quello magari vive come tanti israeliani negli USA, vediamo gli altri”. Stesso livello altissimo. Per lunghi tratti dell’intero event, furono secondi a un passo dai francesi. Le nostre speranze di non arrivare ultimi si riducevano. Le onde, quasi sempre piccole e ventose, in teoria avrebbero dovuto facilitarci un po’, ma ben presto realizzai che sia su onde grandi, medie o piccole, il gap non cambia: chi sa surfare surfa bene ogni tipo di onda. Ario Bertacca, il nostro gigante “non troppo buono” fu il primo del nostro team ad entrare in acqua e lo fece alla sua maniera, sprintando sulla sabbia con la sua Hawaiian Island Creation sotto braccio, cercando di intimorire gli avversari con il suo fisico possente. Ma non funzionò: il campione d’Inghilterra Paul Russell vinse facile, ma se non ricordo male Ario passò perché il terzo competitor non entrò in acqua. Anche Patrizio Jacobacci passò la sua heat e un’altra gioia arrivò quando nella 14° heat mio fratello Michele e Claudio Chelotti si trovarono insieme a contrastare Palsson: mi sembra di ricordare che passarono entrambi. Non stava andando affatto male e il morale tornò a crescere. Ci pensai io a ributtarlo giù, quando venni eliminato dal portoghese Seabra, e quello ci stava, ma venni battuto anche da uno svedese di nome Berger che entrò in acqua con dei jeans tagliati al ginocchio. L’avevamo visto surfare in free surf, davvero scarso, ma nella mia heat era entrato un forte vento di mare e le uniche onde che presi furono tutte dei close-out, mentre lui, pur non manovrando riuscì a trovare un’onda aperta che fece la differenza. Uscii dall’acqua incavolato nero ma soprattutto pieno di vergogna. Mi rifeci due anni dopo agli europei in Portogallo dove nei senior man andai in finale, ma per vari giorni mi sognai i compagni di squadra che mi gridavano a sfottò: “Ricordi Berger?”…

La gara ebbe anche dei momenti indimenticabili, quei ricordi che ti rimangono stampati per sempre nel cervello. Una sera, mentre eravamo nelle nostre stanze a rivedere i filmati del giorno,  la porta si spalancò e una guardia ci disse di abbandonare immediatamente la scuola. Uscimmo in strada dove anche gli atleti delle altre squadre si stavano chiedendo il perché di quell’ordine così repentorio. Ebbene, una telefonata anonima diceva che era stata messa una bomba nella scuola per protestare contro la presenza della squadra israeliana agli europei, rivendicata da un’organizzazione palestinese. Detto alla francese… ci cagammo un po’ addosso, perché le nostre stanze erano attaccate a quelle del team israeliano. Ma un accurato controllo della polizia locale rassicurò tutti e dopo un paio d’ore rientrammo negli alloggi. Io non dormii bene, quella notte.

Altro momento top fu quando gli atleti del team francese si misero a discutere animatamente su uno shape che imperversò in quel periodo sulle tavole di molti atleti professionisti, ovvero una netta e improvvisa riduzione delle larghezza della tavola, che ognuno chiamava a modo suo (vedi foto), ma che in fondo non era altro che un ritorno della stinger, che Ben Aipa aveva inventato una dozzina di anni prima.

Insomma, quella prima partecipazione a un evento internazionale mi aprì gli occhi. Avevamo molto da lavorare. Quella squadra era composta interamente da surfisti versiliesi, ma se volevamo andare avanti e competere con i più forti, era ora di riunire le forze. Rientrato in Italia decisi che era l’ IWST aveva fatto il suo tempo, era ora di fondare una vera e propria associazione che riunisse tutti i migliori surfisti italiani e di incoraggiare la nascita di altri surf club sul territorio italiano. Non ci volle molto. Meno di 10 mesi dopo ero in Sardegna, dove vidi la nascita della SSA (Sardinia Surfing Association). Il germe di stava spargendo. Infatti, nell’autunno del 1991 si tenne al club nautico di Viareggio una riunione dove venne sancita la fine della IWST e la nascita della A.S.I. (Associazione Surfisti Italiani). Ma questa è un’altra storia…

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