Il decennio degli eventi E.P.S.A. in Italia

Alessandro Dini
Alessandro Dini

Testo e foto di :

Sono le 22:03 del 10 aprile 1991 quando dal porto di Livorno il traghetto Moby Prince molla gli ormeggi. Ventidue minuti più tardi, partirà il drammatico “Mayday, mayday” il traghetto aveva colpito  la prua di una petroliera dell’Agip Abruzzo, e un quantitativo di petrolio compreso tra le 100 e le 300 tonnellate finì in mare, scatenando un’incendio che avrebbe fatto ben 140 vittime. Un solo sopravvissuto. Il mattino seguente, mi svegliai ignaro dell’accaduto: la mia mente era già assorbita dagli impegni frenetici che avrei dovuto svolgere nelle prossime ore. Mi ero messo nei casini e non sapevo come uscirne. Alcuni mesi prima avevo accettato la carica di rappresentante E.P.S.A. (European Professional Surfing Association) per l’Italia, che comportava l’organizzazione di una tappa del circuito europeo professionisti nel territorio italiano, ma quella mattina avrei voluto tornare indietro e rimettere nelle mani della E.P.S.A. il mandato.

Il “colpevole” era Francois Payot, a quel tempo il boss di Rip Curl Europe, la prima azienda della surf industry a fare di Hossegor il proprio quartiere generale.  Dopo la vendita delle mie quote di Natural Surf, avvenuta nel 1989, avevo accettato il ruolo di direttore commerciale in Centralmarine, un’azienda situata a Capezzano Pianore (Versilia), che aveva distribuito in Italia alcuni tra i più prestigiosi marchi internazionali, come Gaastra, Burton, Quiksilver, Rip Curl e molti altri. Centralmarine distribuiva Rip Curl in esclusiva, per cui avevo avuto modo di conoscere Francois Payot e il suo staff in diversi meeting tenutosi a Hossegor. In una di queste riunioni, sapendo che mi occupavo della promozione del surf in Italia (la A.S.I. Associazione Surfisti Italiani, era appena stata da me fondata), mi propose di diventare il suo uomo in Italia, introducendo una gara professionistica E.P.S.A., di cui egli era il presidente, nel nostro paese. Va detto che allora non esisteva ancora il World Qualifing Series, per cui il ranking della E.P.S.A. determinava quali surfisti europei sarebbero stati inclusi nel circuito mondiale A.S.P., da poco soppiantato dalla WSL (World Surfing League).  Preso dall’entusiasmo avevo accettato senza troppo rifletterci su, e quel mattino dell’11 aprile 1991 maledicevo  a pieni polmoni l’azzardata scelta. Mi ero sfinito a guardare il meteo nei vari telegiornali (internet?…), e a chiamare due o tre volte al giorno il povero Francesco Meneguzzo, ufficiale previsore presso l’aeroporto di Pisa, che con infinita pazienza mi dava gli aggiornamenti meteo. Oggi so molto bene che prevedere l’altezza delle onde sulla costa versiliese,  in presenza di  scirocco è un pericoloso azzardo, dato che anche in presenza di forti correnti da sud est, basta un angolo di pochi gradi diverso e da un metro abbondante di onda, devi tagliare anche il 60/70%. Non so e non ricordo bene il perché, ma alla fine avevamo deciso di chiamare la gara. Una volta fatta la telefonata, non si tornava indietro: Francois aveva ufficialmente dato il via e una trentina di surfisti da ogni parte d’Europa stavano mettendosi in viaggio, meta Viareggio. Chi in auto, chi in aereo, qualcuno in nave. Un numero simile di surfisti italiani si stava precipitando a Viareggio.

Quella mattina, guardando sconcertato i vari telegiornali, mi rendevo conto che i miei problemi, rispetto a quelli delle famiglie di 140 persone perite nel rogo della Moby Prince erano davvero poca cosa, ma non riuscivo a smettere di pensare e… di tremare. Il mare era piatto, il cielo nuvoloso, carico di nuvole, e una grossa macchia di petrolio, sospinta dai venti meridionali, stava passando al largo della Versilia: bastava un po’ di libeccio, ponente o maestrale e la costa sarebbe stata invasa dal petrolio e… addio gara. Cosa mi sarebbe successo se le onde non sarebbero cresciute? Di certo non mi avrebbero ucciso, ma la perdita di credibilità (chiamiamolo pure sputtanamento) per chi aveva appena fondato la prima associazione surfistica italiana ed era il direttore editoriale dell’unica rivista di settore (Surf Magazine), sarebbe stata notevole.

Ad aggiungere stress su stress, arriva un fax:

“Dear Alessandro, Francois Payot decided to be part of the first E.P.S.A. event into Mediterraneo. He is driving with the president of the French Surfing Federation, Mr. Jean Saint-Jean and the contest director Esteban Roses. They are supposed to arrive tomorrow morning. etc, etc…”.

Il luogo da me scelto per quella prima edizione non poteva che essere la mia città, Viareggio, la città dove ero nato e dove avevo preso le mie prime onde. La mia prima onda in assoluto la cavalcai al bagno Pinocchio, a Città Giardino, il quartiere residenziale costruito tra il 1953 e inizi anni 60, al confine con Lido di Camaiore. E fu proprio al bagno Pinocchio che non io, ma il destino, volle che si tenesse l’evento. Infatti, avevo chiesto e ottenuto i permessi per svolgere la gara dal molo di Viareggio (il preferito e più frequentato dai viareggini), fino alla fossa dell’Abate, dove termina il comune di Viareggio e inizia quello di Camaiore. Ma proprio la misura e la forma delle onde, la mattina della gara, erano migliori nella secca che si era formata davanti al Pinocchio, e fu lì che venne montato il palco della giuria. La mattina precedente l’inizio del contest, andai a incontrare Payot all’hotel dove li avevo indirizzati, una traversina del viale a mare (l’hotel, se non ricordo male si chiamava Midy, ed era gestito dai genitori di un noto surfista locale, Francesco Lomi, più noto come Gioppino, già membro del team Italia al primo europeo a cui ha partecipato l’Italia, nel 1987 in Francia). Francois era in compagnia di un tipo di statura media, ma con due spalle possenti, dalla pelle scura e da lunghi capelli neri. Dopo un attimo di esitazione lo riconobbi: era il famoso shaper Maurice Cole, anche lui venuto sia come osservatore che come atleta.

Dopo i saluti, li invitai ad attraversare il viale a mare e andare a dare una controllata al mare. Piatto, completamente piatto. A tratti, una pioggia leggera, leggera, come una spruzzata di selz, rinfrescava la faccia. Il vento di terra, a tratti teso e forte, teneva lontane le onde (e la macchia di petrolio) dalla costa, ma sulla linea dell’orizzonte si notavano delle grosse gobbe che rivelavano un mare assai mosso… seppure a largo.  Nel frattempo, alla spicciola, stavano arrivando anche alcuni surfisti, sia stranieri che nostrani. Tutti profondamente preoccupati dal mare piatto. Alcuni cercavano di rincuorarmi, come alcuni sardi giunti in traghetto: “Alessandro, vedrai che domattina qualche onda arriverà, abbiamo ballato un bel po’ in nave, il mare fuori è grosso”, mi rincuorò uno di loro. Ma altri, andavano giù pesanti, con frasi tipo: “Lo sai quanti km abbiamo fatto? Se domani è piatto chi ci ripaga il viaggio?…” L’istinto mi suggerì di fare una cosa che poi ho sempre adottato nelle decine e decine di gare che ho organizzato in seguito: ostentare sicurezza. “Ragazzi, volete scommettere che domani la gara non solo si farà, ma ci saranno onde davvero divertenti?” buttai lì con una faccia tosta davvero invidiabile. Fu allora che Maurice Cole mi mise una mano sulla spalla e sorridendo mi disse una frase che mi fece passare una delle peggiori nottate fino allora vissute. “Me lo auguro per te, perché conosco almeno tre o quattro surfisti venuti da molto lontano, che se la gara salta come minimo ti mettono le mani sul viso”. Glug! Nel tardo pomeriggio, tutti i surfisti invitati erano in hotel e organizzai un meeting nella piccola sala dell’hotel. Notai che c’era tutto il team Quiksilver Europe, allora capitanata da Pierre Agnes, che sarebbe diventato presidente della Quiksilver Europe, della Quiksilver Inc. e purtroppo scomparso in mare il 30 gennaio 2018, e mai più ritrovato, R.I.P. Pierre. Quel giorno, nessuno di noi due avrebbe immaginato che una decina di anni più tardi, io sarei stato il suo marketing & team manager per l’Italia. Al suo fianco, c’erano alcuni dei miti del tempo, come Thierry Domenech, alias Le Lion, uno dei primi francesi a farsi notare sulla north shore hawaiiana.

Iniziai a parlare dello spot di gara e di come raggiungerlo anche a piedi dall’hotel. Il ritrovo fu fissato al bagno Pinocchio alle 07:30, con inizio gara alle 08:30. Esteban Roses, un basco simpatico e molto cordiale, si presentò a tutti come contest director e ricordò le regole principali, la durata di ogni heat,… le solite cose. Nel mezzo del meeting, dalla scalinata stile liberty, si vide scendere una persona sulla cinquantina, robusto, capelli grigi, vestito con un eleganza. Payot lo presentò come il presidente della Federazione Francese di surf, il signor Jean Saint-Jean. Suo figlio, Sebastien, era in quegli anni uno dei più forti surfisti della squadra francese insieme a Louis Poupinel, campione europeo in carica, noto per la sua confidenza con in tubi di Hossegor. Anche gli inglesi erano presenti, con i fratelli Owens. Insomma, c’era davvero il gotha del surf europeo. Perfino Philippe Chevodian, uno dei più noti fotografi francesi era lì con il suo potente obiettivo Nikon 600 mm. Che gli invidiai subito. Claude avrebbe poi costruito per me una magica housing camera con la quale ho scattato alcune delle mie foto più belle.

La nottata fu tremenda, mi rigirai nel letto come se fossi su una graticola. Abitando non tanto lontano dal mare,  mi alzai ogni mezz’ora per sentire a finestra aperta se udivo il rumore del mare, delle onde. Niente. Alle 5:45 mi alzai e andai a vedere il mare, al Pinocchio. Non riuscivo a crederci. Mare lungo, onde sul metro e mezzo spazzolate da un leggero vento di terra arrivavano in serie ordinate. Un sogno. Il resto venne da se. La gara si svolse senza intoppi, le onde ressero fino alla finale, vinta da Sebastien Saint Jean. La classifica non è importante. Quello che è importante è che a quella gara parteciparono i migliori surfisti italiani del momento e forse fu lì che tutti realizzarono che il surf in Italia non solo si poteva fare, ma che tutte quelle manovre che si vedevano nei video, erano state eseguite dai migliori surfisti europei, come a dire: “Ragazzi, datevi una mossa e smettete di piangervi addosso, vi abbiamo appena dimostrato che su queste onde, si può fare tutto, proprio tutto”. Ma quella giornata mi avrebbe insegnato anche un’altra cosa: mai abbassare la tensione fino alla fine. Infatti, euforico per il successo della gara, e chiacchierando fuori dalla porta dell’hotel, pronto per recarmi al Circolo Nautico nel porto di Viareggio per la premiazione, poggiai una cartella con i risultati e con il montepremi, ovvero con ben sei milioni di lire, sul tettino della mia auto. Francois si sedette al mio fianco e io partii a razzo e mi infilai sul lungomare. Al secondo semaforo, cinquecento metri dall’hotel, un motorino si affiancò al vetro e un ragazzo mi disse: “Scusi, ma aveva questa cartella sul tetto della macchina ed è caduta in stradao, eccola”. Non ebbi neppure la forza di ringraziarlo. Ero sbiancato. Cazzo, dopo il miracolo delle onde arrivate nella notte, che PROBABILMENTE mi aveva evitato un bel pestaggio, ora un secondo miracolo che mi avrebbe, DI SICURO, garantito una pubblica impiccagione… Era proprio il mio giorno fortunato! La ciliegina di quella indimenticabile giornata fu rappresentata dal conoscere due surfisti sudafricani che sarebbero diventati due grandi amici e compagni d’avventura: Dave Malherbe e Clyde Martin. Entrambi, per diversi anni, sono venuti a trovarmi a Viareggio nel periodo autunnale che segue la chiusura del leg europeo ASP. Dave Malherbe è stato nel 1998 il team manager della squadra italiana ai mondiali ISA in Portogallo. Dopo quella fortunatissima prima edizione, ne sono seguite altre: 1993 a Forte dei Marmi, 1994 a Buggerru, 1995, 1996, 1997, 1998 a Forte dei Marmi, poi due edizioni a Santa Marinella. Poi, semplificando un po’, il circuito EPSA fu soppiantato dal World Qualifying Series, ed il resto è storia attuale.

Beh, che altro aggiungere… alla prossima storia, boys e un saluto dal vostro Penna Bagnata. Stay wet!

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