Caccia dei delfini a Taiji

Un orrore a cui forse verrà finalmente messa la parola fine.

Ogni anno nella baia di Taji, affacciata sul Pacifico nella prefettura di Wakayama a sud del Giappone, centinaia di delfini vengono massacrati per destinarne le carni al consumo umano mentre i piccoli vengono catturati e venduti ai delfinari.

Si tratta di una “tradizione” crudele e le nefandezze che avvengono in questa baia della morte sono diventate note grazie ad una denuncia della Sea Shepherd Conservation Society nel 2003 e al documentario vincitore di un premio Oscar, The cove – La baia dove muoiono i delfini, uscito nel 2009 (https://www.youtube.com/watch?v=4KRD8e20fBo#action=share). 

Il film, che ha sollevato reazioni di sdegno in tutto il mondo, mostra la baia diventare rossa del sangue delle migliaia di delfini massacrati con lo scopo di rifornire l’industria alimentare, mentre decine di esemplari, scampati allo sterminio delle proprie famiglie, vengono catturati e ridotti in schiavitù per essere venduti a acquari e parchi acquatici ove verranno privati dal cibo per indurli ad eseguirle a comando piroette e spettacolini vari.

Il metodo con cui questi animali vengono uccisi è veramente cruento. I pescatori giapponesi si posizionano sulle rotte migratorie dei delfini e, una volta avvistati, immergono in acqua lunghi tubi d’acciaio che, percossi, producono un suono che interferisce con l’abilità di orientamento dei delfini. I pescatori, poi, li spingono verso la baia che viene chiusa da spessi strati di rete. Per evitare che fuggano, i pescatori infliggono gravi ferite ad alcuni esemplari.

Gli animali poi vengono lasciati per giorni nella baia e il giorno della mattanza vengono spinti nell’acqua bassa vicino alla spiaggia dove vengono brutalmente uccisi con arpioni, uncini e bastoni. Essi sono colpiti ripetutamente con un’asta metallica nella parte posteriore del collo per lesionare il midollo spinale e nella ferita aperta viene inserito un tappo di legno per prevenire la perdita di sangue. Ogni esemplare impiega dai 6 ai 20 minuti per morire dissanguato o soffocato.

I corpi vengono poi portati in un centro di macellazione e la carne viene venduta in tutto il Paese, spesso spacciata per carne di balena. Il governo giapponese, però, tace sul fatto che questa carne sia inquinata da concentrazioni elevatissime di tutta una serie di inquinanti riversati in mare, tra cui metalli pesanti e altre sostanze estremamente tossiche.

Chi conosce questa macabra realtà, si ricorderà anche della storia di “Angel” nel 2013, una piccola delfina albina strappata alla madre, brutalmente uccisa, per diventare un fenomeno da baraccone all’interno del delfinario Whale Museum di Taiji, scatenando reazioni negative in tutto il mondo.

In questi giorni però il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato un’ottima notizia che potrebbe rappresentare una svolta a tutto questo orrore che nessuno per ora è riuscito a fermare.

Due ONG, la londinese Action for dolphins e la giapponese Life investigation agency, avrebbero infatti presentato una causa nanti il Tribunale di Wakayama sostenendo che i pescatori stanno regolarmente violando le leggi sul benessere degli animali del Giappone e superando le quote di catture stabilite dal governo e che Yoshinobu Nisaka, governatore della prefettura di Wakayama, avrebbe presumibilmente abusato del suo potere rilasciando permessi a tali pescatori che violano appunto le leggi nazionali.

“I delfini sono erroneamente considerati pesci in Giappone e quindi le leggi nazionali che proteggono i mammiferi dalla crudeltà non vengono correttamente applicate a questi animali”, ha dichiarato al Guardian Sarah Lucas, amministratrice delegata di Action for dolphins.

I delfini, infatti, sono cetacei, quindi mammiferi, e non pesci. Pertanto, le due organizzazioni hanno sostenuto che “i delfini sono biologicamente mammiferi e che la crudeltà inflitta loro a Taiji è illegale secondo le stesse leggi del Giappone”.

Inoltre, le due organizzazioni hanno presentato prove che documenterebbero la cattura illegale di oltre 400 cetacei, in eccesso dunque rispetto alle quote previste negli ultimi cinque anni. 

Si tratta quindi di un cavillo legale che, se dovesse avere successo, potrebbe mettere la parola fine alla caccia ai delfini a Taiji.

Non ci resta quindi che attendere la decisione del Tribunale, sperando che possa dare finalmente giustizia a questi meravigliosi animali!

Infine, se volete vedere da vicino i delfini e altri cetacei recatevi presso il Santuario dei cetacei tra Liguria, Sardegna e Toscana, evitate delfinari ed acquari vari: dietro ogni animale catturato si nascondono tante morti e sofferenza.

 

Scritto da : Manuela Giacomini 

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